Equlilibri prossimi della politica circense
Nel più puro stile italiota, quando cambiano i politici con essi anche le pedine della cultura. Ogni volta che cambia chi comanda, si azzera per principio tutto quello che aveva fatto chi c’era prima.
In Italia sempre abbastanza poco è stato fatto per l’evoluzione creativa dell’arte circense. Quando ci si è provato, attorno al Duemila, la cosa si era risolta in stupidissime e soffocanti polemiche tra “nuovo circo” e “circo tradizionale”. Come se creatività e innovazione potessero appartenere all’una o all’altra delle categorie di come si vive un’arte. In realtà il problema era la legittimità dell’accesso alle risorse pubbliche. Infatti in Italia la legge sul circo (peraltro l’unica che esiste in Europa), poiché molto vecchia, va più verso il sostegno dell’esistente delle imprese circensi che non verso la legittimità di nuovi soggetti. Anche negli elementi di maggior apertura (formazione, documentazione, promozione, editoria, rassegne) la corporazione dei proprietari dei circhi è riuscita a monopolizzare completamente tali sostegni ministeriali. Risulta così che le risorse per l’evoluzione dell’arte circense oggi vanno a finire agli stessi soggetti, o comunque ai detentori di una stessa visione culturale del circo: che si parli di pubblicazioni, corsi, festival o altro.
L’enorme e crescente vivaio di pur balbettanti nuove scuole, rassegne, compagnie emergenti, editoria, se ha fortuna vive di qualche avanzo oppure non ha alcun riconoscimento.
Qual è la visione culturale dominante? In teoria sarebbe quella di “circo tradizionale”, che è rispettabilissima. In realtà si tratta di un circo soffocato di stereotipi e ormai privo di qualunque capacità creativa. Ermetico al contagio con le altre arti. Indiscutibile nella presenza di animali, per principio, non solo nei casi eccellenti (che, rarissimi, ci sono) ma anche in quelli più improponibili. Decadente nel proporsi. Ripetitivo fino allo sfinimento nella proposta “artistica”. Malinconico nell’estetica. Fallimentare nell’affluenza del pubblico. Incapace nel promuoversi. Incostante nella qualità. Irregolare nelle tournée, oscuro e banale nelle denominazioni delle insegne, equivoco nelle normative del lavoro. Ma molto potente nella politica. E vincitore quasi sempre al Festival di Monte Carlo (ma molto più con gli animali che con gli acrobati). Però torneremo un’altra volta sui dettagli di questo universo.
Il problema è ora il futuro dell’esistente.Alcuni segnali. Il Festival di Brescia, per nove anni la cosa di maggior rilevanza in Italia accaduta al circo, quest’anno è stato snobbato dalla nuova giunta leghista (va bene che col circo Romanés gli organizzatori gli hanno rimollato un vero campo nomadi…). Forse nel 2009 non si svolgerà il decennale.
A Roma, la nuova giunta Alemanno sta rimaneggiando i vertici dell’Auditorium e minaccia di eliminare la notte bianca (cosa neanche troppo sbagliata, in verità) che era un ottimo dispositivo di novità circensi internazionali. Non si sa cosa diverrà il festival Metamorfosi.
Al Ministero dello Spettacolo, è stata nominata la nuova commissione consultiva per i Circhi: con forte impronta di An, i membri eletti sembrano la guardia del corpo di quella lobby “tradizionale” e conservatrice di cui si parlava prima.
Vedremo come va.
L’illustrazione di questo post è un vecchio manifesto spagnolo dell’era franchista, di un circo tradizionale che per alcuni anni si era opportunamente ribattezzato “Aleman”.

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