domenica 29 novembre 2015

Sguardi del sogno

Appunti di estetica dello spettatore di circo 

Il circo é il solo spettacolo che io conosca che, mentre lo si guarda, ha la qualità di un sogno felice.
Ernest Hemingway

E se fosse solo un fatto di sguardo?
 E se tutta la magia del circo avvenisse solo nella testa dello spettatore?  Il circo é il solo spettacolo in cui chi lo esegue non ha bisogno di raccontare una storia. Ed é l'unico in cui lo spettatore paga un biglietto senza sapere esattamente chi o cosa vede. Invece di una finzione, si compra un sogno a occhi aperti, un'esibizione di cruda realtà in cui forse si cerca uno specchio ove riflettere parti di sé. 
Si fa con la chiave della curiosità: attraverso la serratura della realtà si cerca di spiare quali estremi il nostro quotidiano solitamente ci nega, ben sapendo che sono possibili: si origlia per spiare il contrario di quello che si fa col fisico, spinto a limiti insostenibili; la grottesca strafottenza a cui abbiamo rinunciato con l'infanzia; l'esagerazione a puri fini estetici di rischio e pericolo. Lo stesso senso di colpa del rapporto crudo e diretto con gli animali ci viene forse dalla negazione dell'Eden, che il circo vuole ricreare.
 Ed ecco che perciò, sotto il tendone, il nostro sguardo si misura con le conferme che cerchiamo o che evitiamo: col sollievo di non essere nati con tre gambe ma col terrore di poter un giorno camminare anche noi senza rete sull'orlo di un baratro. 
Davanti a quegli esseri umani crudi, veri, implacabili nell'accerchiamento di luce di uno spazio senza nascondigli, sincero e spietato come solo la corrida, l'unica arma é il sogno; é esso l'unico mezzo che possa rubare la verità del nostro sguardo. E così, dinanzi ad acrobati e domatori, dinanzi agli oggetti che nell'aria non si fermano perché devono presto ricadere, cerchiamo di trasfigurare quella realtà implacabile e farne un'esperienza di bellezza. Perchè alla fine l'artista é uno sciamano, ed il suo un umile ruolo é solo di guida nell'invisibile. Il resto sta a noi.
Il circo esiste da sempre, é vecchio quanto lo sguardo stesso.  Proviamo ad aprire questa porta, riscoprendo la più bella pagina forse mai scritta sullo spettatore di circo:

In Galleria
Franz Kafka, 1909

Se una cavallerizza, decrepita e tisica, venisse costretta a girare attorno alla pista, su un cavallo vacillante, davanti ad un pubblico instancabile, per mesi e mesi inseguita dalla frusta di un direttore spietato, frullando sul cavallo, gettando baci, dondolandosi coi fianchi, e se questo gioco continuasse tra il fragore incessante dell'orchestra e dei ventilatori, nel grigio avvenire che eternamente si schiude, allora forse un giovane spettatore di galleria si affretterebbe giù, per la lunga scala, attraverso le gradinate, si getterebbe sulla pista e griderebbe l'alt in mezzo alle fanfare dell'orchestra sempre ubbidiente.

Ma, poiché non è così, una bella signora rosa e bianca entra come a volo, dai tendaggi. Il direttore, cercando devoto i suoi occhi, le si fa incontro ansando con un contegno d'animale; la solleva provvido sulla sella come se ella fosse la sua nipotina adorata che parte per un viaggio pericoloso; non sa risolversi a dare il primo colpo di frusta; lo dà infine, con uno schiocco, facendo forza a se stesso; corre accanto al cavallo con la bocca aperta; segue con sguardo teso i salti della cavallerizza; non sa capacitarsi della sua destrezza; cerca di metterla in guardia con esclamazioni in inglese; furente, ammonisce gli stallieri che reggono il cerchio di star bene attenti; prima del gran salto mortale scongiura a mani levate l'orchestra di tacere; e alla fine solleva la piccina dal cavallo tremante; la bacia su entrambe le guance e giudica insufficiente ogni omaggio tributato dal pubblico; mentre la cavallerizza, da lui sorretta, sulla punta dei piedi, avvolta in un alone di polvere, con le braccia allargate e la testolina rovesciata sembra voler dividere con tutto il circo la sua felicità - e poiché è così, lo spettatore di galleria appoggia il viso sul parapetto e naufragando nella marcia finale, come in un sogno affannoso, piange senza saperlo.

Foto in alto: Mary Ellen Mark, "Great Rayman Circus"
Immagine in basso: Otto Walter, "Im Circus", incisione, coll.Raffaele De Ritis
Testo per Juggling Magazine, Dicembre 2015, tutti i diritti riservati.



venerdì 27 novembre 2015

La gabbia dell'eterna giovinezza

Ne abbiamo ormai abbastanza di quei numeri in cui il domatore passa il proprio tempo a spostare accessori, mentre i leoni sonnolenti lo contemplano. Si vogliono di nuovo i salti, i ruggiti, il lavoro ad effetto. (….) Si va senza dubbio verso una combinazione dei due generi: dressage “in ferocia”, ma con una messa in scena più studiata...
Henri Thétard, Les Dompteurs, 1928


Alla fine é sempre una questione di teatro. 
Quello che distingue un artista da un buon artigiano é la capacità di portare in scena la propria vita, di raccontarci tutto quello che ha dentro, di illuderci dell'eterna giovinezza. 
Stefano Orfei Nones ha quasi cinquant'anni ma ne dimostra forse la metà. In un quarto d'ora ci racconta mezzo secolo passato nella pista del circo, e lo fa tra le belve. 
Il segreto per la controversia sul lavoro con gli animali é forse nel talento o meno di praticare e raccontare la bellezza.
Nel lavoro di Stefano, con le decine di tigri e leoni da lui allevate, c'é la personalità di un artista che, percorsi tutti i gradini di una carriera, sembra essere in pista con la meraviglia della prima volta,   nel dominio di tutto l'armamentario dello spettacolo. Vi é consapevolezza dello spazio scenico, complesso come quello della gabbia, gestito con la grazia del ballerino e l'agilità del calciatore. C'é lavoro sulla personalità di ciascuna belva, alla pari e di assoluta dignità, nella finzione sottile tra l'humor e la suspence. Il controllo di elementi decisivi, come la musica e un disegno delle luci maniacale come mai si era visto in un numero di felini. Vi é la drammaturgia dei ritmi in una struttura di crescendo che gratifica lo spettatore incollandolo sulla sedia. E, per noi, la consapevolezza di essere di fronte a una star con la leggerezza capace solo a chi, con durezza, per una vita ha fatto di tutto: l'equilibrista, il cavallerizzo, il trapezista, e tutti i mille mestieri fuori dalla pista che forgiano il circense.
 Stefano oggi presenta due diversi numeri di belve, poi un numero di quadrupedi esotici e una pregevole “alta scuola” di equitazione. E' forse l'ultimo solista al mondo capace di tale repertorio. Ma oltre alla possibilità di vedere dei bei numeri e dei magnifici animali, l'artista ci colpisce per come si racconta, nel contrasto tra la serenità del sorriso e la follia nello sguardo quasi disperato di passione e orgoglio per un'arte che non esiste più, chiusa in una gabbia fuori dal tempo. In pochi minuti siamo riconciliati con il grande circo; con l'epica dei grandi domatori-attori di ogni epoca, Clyde Beatty, Moustier, Taras Boulba, Pablo Noel, Gunther Gebel, lo stesso Walter Nones. Vediamo l'antica scuola inglese che, dalle crude fiere ottocentesche si abbandona nella grazia all'italiana. Impariamo come l'uomo può ancora davvero amare gli animali. Abbiamo ancora la pelle d'oca. Ma soprattutto, come scriveva John Steinbeck, usciamo dal tendone rigenerati e pronti a sopravvivere.


Stefano Orfei Nones entra in pista per la prima volta nella gabbia dei leoni nel 1966, poco dopo la sua nascita, nel giorno del suo battesimo. Nel 1974 si esibisce nella troupe Dobritch di equilibristi alle pertiche. Con il maestro Hristo Matev, saltatore sul filo, dà vita con la sorella Lara e i cugini a una troupe di acrobati al trampolino alla fine degli anni '70. Questo lavoro lo prepara al trapezio: per molti anni nella troupe di Roberto Jarz, Stefano riuscirà a compiere il doppio salto mortale. 
Nel 1978 inizia ad alternarsi allo zio Giuseppe Nones nella presentazione di otto cavalli murgesi, sotto la guida di Bernard Jostmann. 
Negli anni '80 Walter Nones inizia un ambiziosissimo progetto di rinnovamento dei numeri di animali del Circo Moira Orfei. Nel 1983 chiama l'addestratore svizzero Henri Wagneur, che aiuta Stefano a preparare una cavalleria di sei arabi e sei stalloni del caucaso, ed inizia ad addestrare con lui il rinoceronte Jumba. Nel 1982 vengono selezionate 50 tigri che affidate a Jean Michon, generano il gruppo di 17 esemplari che varranno a Giuseppe Nones il clown d'oro nel 1987. Stefano segue con attenzione le vari fasi dell'addestramento. 
Nel 1985, Stefano inizia a preparare con Charles Knie un delicato gruppo di antilopi e zebre, a cui si aggiungono canguro, giraffa, struzzi, rinoceronte e vari altri esemplari. Negli stessi anni, sotto la guida di Diane Antoine, Stefano e la sorella Lara preparano un numero di equitazione. Stefano monta un lusitano, un frisone e un alter real. I due numeri, esotico e alta scuola, varranno a Stefano il Clown d'Argento nel 1989. Nello stesso anno viene abbandonata la cavalleria, per ospitare le troupe di cosacchi sovietici della produzione “Moira più Mosca”. 
Nel 1993, a Milano, Stefano entra nella grande gabbia alternandosi allo zio Giuseppe con le 9 tigri restanti del gruppo di Monte Carlo. Negli anni successivi si dedica sempre di più alle belve, creando lui stesso un nuovo numero di 5 tigri, di cui una bianca, che gli varrà un altro Argento a Monte Carlo nel 2004.
 Nel 2007, con l'unione all'attrice Brigitta Boccoli, Stefano integra i propri animali nella revue circense “Una Tigre Per Amore”. Nel 2007 vengono acquistati Artu' e Ginevra, coppia di leoni bianchi di 18 mesi di età, affidati alle cure di Stefano e di David Cawley-Chippefield, dal 2009 presentati in un numero con due tigri e due leonesse. Questo numero si alterna a quello delle tigri, e nel 2012 viene presentato nella tournée circo francese Medrano da Gary Ambrose. 
Nel 2013 prende forma il nuovo numero di 9 tigri, di cui 4 bianche, e nel 2014 quello di 4 leonesse e 4 tigri. Nel corso degli anni cambiano forma anche il numero di alta scuola e quello esotico, che Stefano ha attualmente basa su 4 zebre, 4 cammelli e un elefante.

Raffaele De Ritis per Le Cirque dans L'Univers, numero di Dicembre 2015. Vietata la riproduzione anche parziale, tutti i diritti riservati.

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domenica 23 settembre 2012

Il tramonto della meraviglia



La meraviglia  è un’emozione di cui si ha volte pudore: è effimera, superflua, infantile; ancor più nella società dei sensi di colpa, delle religioni perse in schermaglie con le scienze, della razionalità e delle contraddizioni. 
Nella società proibizionista in cui chi teme i gay va a travestiti, chi bandisce le droghe ne fa uso, chi è vegetariano domina col guinzaglio il cane, non v'é ruolo per la natura sfrontata, e per la meraviglia del suo mistero. L’immagine incontrollata di una giraffa in giro per la città è dunque un tabù, che l’epilogo tragico esalta.  Senza lo zelo di anestesisti da film d’azione, sarebbe rimasta strascico imprevisto delle ormai epurate parate estemporanee dei circhi per le strade, attrazione come lo sono ancora i morbosi capannelli dinanzi a qualunque catastrofe urbana.
La meraviglia delle parate e di certi incidenti era un tempo necessaria a capovolgere il nostro grigiore. La bestia in città ci ricordava che le barriere contro natura non erano quelle dove l'uomo convive ancora con l'animale, ma le strade e i palazzi con i quali quella natura abbiamo violato. Certo, qualche pompiere salva ancora i gatti sugli alberi; ma avremmo ancora bisogno che ogni tanto un elefante sfondi un negozio di frutta, o che una Domenica del Corriere trasfiguri fiabescamente un gorilla dentro una chiesa; poiché è meno interessante vivere senza che qualcuno ci forzi, ogni tanto, a mettere in discussione la linearità del nostro vivere e che lo sterco d'elefante dissipi  il tanfo della nostra ipocrisia.
La morte accidentale di un animale altrove da un mattatoio suscita in noi pietas perversamente maggiore di quella per guerre lontane. Se ne giustifica l'errore umano maldestro, ma si rafforza la condanna al tabù dell’animale asservito, espiando secoli di sterminio.
Infatti di fianco a questa società dei sensi di colpa ce n’è da sempre un’altra.
C’è la società dei giullari, della meraviglia e del mistero, quella che non è legata a un territorio  ma che da sempre sta ovunque e supera qualunque ostacolo, trasversale per necessità a ciò che è legittimo e ciò che non lo è. Il nomadismo circense ha perso da tempo pittoreschi strascichi di illegalità, sebbene restino alcuni meccanismi di cultura dell’inganno, affascinanti quanto irritanti, a partire dall’artificio mimetico di quello che più  identifica chiunque: il nome, qui all’infinito declinato, mercificato e rinnegato. Anche per questi misteri identitari il giullare forse non si scrollerà mai l’involucro di diffidenza che ne accompagna l’errare.
Il moderno tabù si morde la coda sorvolando  ippodromi, negozi di acquari o fabbriche di morte come allevamenti e concerie, per lasciare sui circhi l'anatema dello scandalo, con l’arma potente e frettolosa dell’emotività, il suo arsenale di retorica, antropomorfismo e luoghi comuni di etologia da ciclostile, in bilico tra buona fede e secondi fini.
Perché? La risposta è forse che i circensi, non sono considerati parte della società. I giullari sono un atavico corpo estraneo, incontrollabile. Ma necessario. Hanno per natura l’imprevisto, per vocazione la trasgressione dalla realtà, la meraviglia, l’eccesso, il legame ancora estremo con la natura, in una sincerità che abbiamo perso e che forse temiamo. Perciò fa comodo credere ancora che il circo strappi le giraffe alla savana. Perciò il circo va cacciato dalla città, come accadeva con i giullari che dicevano una verità di troppo. Se la città nasconde un omicida, è al circo che si prelevano le prime impronte; se scomparivano i bambini, per secoli al circo li si andavano a cercare.
Il circo è tollerato nel suo messaggio di confusione: dice che viene da Mosca o da Parigi e nessuno saprà mai se é vero. Ma in ciò è l’ultimo avamposto di un valore importante: il dubbio, la messa in discussione della verità. E’ un ruolo sciamanico di inganno, che la società non deve perdere. Se scompariranno la puzza di letame, le facce con centomila chilometri per ogni ruga, le insegne posticce e le fruste, si sarà forse espiata qualche colpa secolare. Ma non si smetterà di disboscare foreste, abbattere elefanti e sfoggiare borsette di giraffa. E la società avrà perso, con il circo, uno degli ultimi suoi legami con la natura, la meraviglia e il mistero.

domenica 20 marzo 2011

I nuovi eredi del "nouveau cirque"

Il sorprendente circo Baro d'Evel, o dei nipotini di Zingaro




Tra i tentativi di definire il "nouveau cirque", si avanzano utopie identitarie quali l'assenza degli animali e quella del tendone. Dimenticando che il movimento non nacque come reazione alla simbologia della tradizione (e mai volle esserlo), ma forse come una sua proiezione poetica.
La forma artistica del "circo contemporaneo", seppur abbia dei contorni precisi, e' oggi oltre la sua terza decade avendo attraversato possibilmente quattro generazioni di artisti.

Il giovanissimo catalano Blai Mateu, diplomato in Francia al Cnac, é il figlio di uno dei grandi pionieri del "nuovo circo": Tortell Poltrona, animatore del magnifico "Circ Cric". Blai, che ha respirato polvere e segatura fin dalla nascita, ha fondato alcuni anni fa il circo Baro d'Evel con la collega di corso Camille Decourtye.


La loro nuova creazione, "Le Sort du Dedans" é magnifica. La interpretano quattro personaggi: un uomo, una donna, un cavallo, un musicista e un contrabasso. Ciascuno con la propria vivace identità, tutti alla continua scoperta di quella altrui, in una incessante e imprevedibile danza concentrica.






Gli elementi necessari al circo ci sono tutti: il virtuosismo acrobatico, il mito del cerchio, la meraviglia del confronto col mondo animale, la musica dal vivo, l'umorismo, la mai definita poesia, la sempre necessaria assurdità.
E anche un magnifico, minuscolo tendone, un'esperienza di arti plastiche stimolante fin dall'ingresso, circondato dalle sue roulottes.
Come i pionieri del rinnovamento, questa ormai quarta generazione del "nuovo circo" non ha voluto rinunciare alle icone ancestrali e spesso indispensabili del circo: come avevano fatto Zingaro, Le Cirque Bidon, Jean Baptiste Thierrée, lo stesso Circ Cric, il primo Cirque du Soleil, Annie Fratellini e Bernhard Paul.

Era ora che arrivassero, finalmente, i nipotini di Bartabas.













martedì 12 ottobre 2010

Vent'anni di "Florilegio" Togni




In un mestiere e un’arte come il circo, universo per definizione ricco di innovazioni, pionieri,invenzioni e stravaganze, è raro poter considerare un’esperienza “rivoluzionaria”. Nel 1990 sembrava ci fosse bisogno proprio di questo. Il circo di tradizione europeo viveva uno stallo evidente; i primi esempi di “nouveau cirque”, pur con grande successo, erano ancora curiose novità, come Archaos o Zingaro; gli stessi circhi “à l’ancienne” sfioravano la soglia della prevedibilità; il Cirque du Soleil doveva ancora incontrare il favore dell’Europa. Al Bois de Boulogne di Parigi, con allegra sfacciataggine, questo tendone italiano arriva dal nulla nella capitale dello spettacolo, e diventa per mesi una tappa di pellegrinaggio da tutto il vecchio continente. Perché? Quello che avevano fatto Livio, Corrado e Davio Togni era la cosa più bella e rara che possa fare l’artista: una sintesi. Una sintesi del proprio vissuto, del proprio sapere antico e della propria curiosità moderna. Una sintesi tra la sincerità di essere se stessi e un gioco scanzonato di finzione, vivendo e simulando al tempo stesso la leggendaria crisi del circo e la celebrazione della sua eterna vitalità genuinamente felliniano, tra il crocefisso e la scorreggia.
In quel momento, e in molti altre serate felici dei successivi venti anni, il Florilegio era il circo piu’ bello del mondo. Poiché era ogni cosa, in un gioco di contrasti fenomenale come un orgasmo, stridente e perfetto: era il circo con gli animali (tanti, superiori alla media) ma non quello delle dive e dei supereroi; era il circo dei velluti e degli stucchi ma con l’accortezza di lasciarci sopra il fascino della polvere; dei clown e degli acrobati, ma di quelli che scappano via prima di prendere gli applausi, quasi sorpresi del loro successo, la loro corsa fuori dalla pista frenata solo da una carica di oche o di elefanti. Senza mai concessioni al retrogusto televisivo, a banalità new age, romanticismi mielosi e ad altri flirt estetici che stanno ormai soffocando lo spirito dei circhi, ma mettendo l’ironia sullo stesso gradino del rigore. Era il circo dei vagoni antichi, tra i piu’ belli mai visti, ma con lo spirito generoso del bricolage, fatti con le mani dei trapezisti e dei giullari.
Non si spiega altrimenti come questo circo, che ti avvolgeva come un film, sia stato quello negli ultimi vent’anni che abbia piu’ incuriosito, piu’ viaggiato con trionfi e disinvoltura in tanti luoghi del mondo. Forse nella stessa epoca, e s’intende con le dovute proporzioni, il Florilegio è stato secondo solo al Cirque du Soleil ( e a esso diametralmente opposto) in quanto a capacità di viaggiare. Sembrano le tappe di un romanzo picaresco d’altri tempi, tanto i luoghi e le culture sono lontane tra loro pur in un mondo globale: Italia, Francia, Belgio, Lussemburgo, Germania, Olanda, Irlanda, Scozia, Turchia, Iran, Algeria, Tunisia, Emirati Arabi, Siria…Vorrei appendermi sul muro, come un trofeo surreale, la ruota colorata di uno di questi camion. Non si contano i circhi, soprattutto in Francia, che hanno visto rilanciare la loro economia grazie all’ispirazione artistica dello “stile Florilegio”. E basta guardare gli chapiteaux dall’Australia all’Argentina per vedere quanto l’intuizione architettonica e gli elementi decorativi dei fratelli Togni abbiano rivoluzionato questo tipo di industria.
Ma prima di questo, il Florilegio va ringraziato per un elemento inestimabile:l’aver rischiato e lavorato sull’umanità profonda del circo, sull’importanza di questa forma di spettacolo nella sua intensità piu’ ancestrale, nei suoi contrasti piu’ forti, esilaranti e terribili, sull’imprecisione che diventa sublime.
Prendendo la realtà e, senza saperlo, trasfigurandola: ovvero, la pura arte.

venerdì 5 marzo 2010

Ursula Bottcher (1927-2009)

La sostenibile leggerezza dell'orso polare





In un mondo in cui l’eroismo per fortuna non corrisponde più al dominio sulla natura, non per questo rifiutiamo di piangere i miti del circo. Nell’aberrazione per la corrida, non possiamo impedirci di ammirare l’arte, il coraggio e la fierezza dei grandi matadores. Così come in quell’ universo di contrasti che è il circo, non può lasciarci indifferente la scomparsa di chi nel suo tempo rese a suo modo sublime la desueta arte del domatore.






Tra le follie della trasformazione coloniale del circo ottocentesco, vi furono gli orsi bianchi. Relativamente docili da addestrare (quanto pericolosi), si scoprì che il loro fascino spettacolare stava nell’accumulazione. Wilhelm Hagenbeck, colui che ne diffuse il culto circense, ne riunì fino a 70 in una gabbia, o 40 a nuotare nella pantomima acquatica “Siberia”, offerta in repertorio all’industria dei grandi circhi stabili dei due continenti all'alba del '900 (ed interpretata da Maria Rasputin, realmente figlia del profeta dei Romanov).


Gli orsi bianchi al circo non esistono più: per fortuna, essendo probabilmente tra i più martoriati animali del tendone, rispetto alle loro esigenze di spazio e caratteristiche climatiche.
Ursula Bottcher, che a Dresda ha lasciato il mondo stamattina, una decina d’anni fa andò in pensione come l’ultima vera gloria di questa rara quanto assurda arte. Tedesca, era entrata nel 1952 al circo di stato della DDR, che compose per lei un gruppo di 11 orsi polari (allieva di Gaston Bosman, ne addestrerà una ventina). Ursula, bionda platino, non più bella di una mascolina operaia sovietica, rendeva spettacolare la sua già piccolissima statura tra i giganti, dando vita con essi ad un numero tra i più incredibili mai visti nel mondo dello spettacolo.





Con la stessa disinvoltura di una signora che accompagna i barboncini a spasso, la si poteva vedere per un quarto d’ora nella gabbia tra questi pericolosissimi titani. Il suo assistente, Manfred Horn, fu sbranato da uno di essi. Il più grande degli orsi, Tromso, misurava tre metri quando in piedi su due zampe si abbassava a prendere un boccone di cibo dalle labbra della minuscola domatrice.








.La vedemmo più volte, nel corso degli anni, in vari circhi. Infatti l’aspetto a nostro avviso più affascinante era la facilità con cui questa specie di micro-esercito du uomini e animali traslocava per il mondo. La potente direzione di Stato della DDR era riuscita a portare il numero di Ursula nei maggiori circhi del pianeta in un tour de force trentennale: dall’Australia agli Usa, dall'Oriente ai maggiori tendoni e palasport europei; da Vienna a Pigalle, (coi carrozzoni delle gabbie a invadere Place de Clichy) da Madrid al Madison Square Garden, collezionando medaglie e trofei: mai vi fu forse metafora migliore dell’itineranza circense.

A Roma apparve nel 1984 grazie al “Golden Circus”, dove ci ricevette nel suo carrozzone (un vero cimelio da guerra fredda, sicuramente microfonato dalla Stasi) autografandoci il poster di una sua recente tournée giapponese. Stipati in una fila interminabile di grossi vagoni di un verde triste, gli undici, magnifici giganti viaggiavano e vivevano in condizioni misere, sebbene non privi di ogni cura

Col crollo del muro di Berlino, essi vennero liquidati col patrimonio di stato della DDR, e dispersi in vari zoo europei. Non sapremo mai se questi orsi furono più a loro agio stipati negli stretti carri dei circhi e nello stress dei viaggi oceanici, condividendo la quotidianità con i loro simili e l’affetto di Ursula, o dispersi nella malinconia solitaria delle ampie vasche e rocce di resina degli zoo.

Ci auguriamo di non vedere mai più orsi bianchi nei circhi. Ma nello stesso tempo compiangeremo le generazioni che non potranno mai provare la nostra meraviglia, e quella dei milioni che hanno applaudito il coraggio di Ursula e i suoi magnifici partner.

lunedì 20 luglio 2009

Un silenzio assordante


In questi giorni il mondo dello spettacolo si é mobilitato contro il Governo a causa dei drammatici tagli che rischiano di paralizzare il settore.
Si sono mobilitati i protagonisti del cinema, del teatro, della danza, della musica. Per giorni si stanno riunendo dentro teatri e cinematografi migliaia di tecnici, attori, danzatori, autori, coristi. Si riempiono le pagine dei quotidiani, ore di speciali radiofonici e televisivi, e in tanti fanno a gara nel proporre forme di protesta, di denuncia o di soluzione.
Una sola voce manca: quella del circo.
Da una parte c'è una ragione, in qualche modo nobile: la gente del viaggio non si è mai potuta permettere gli scioperi, la loro vita ed il loro lavoro sono un'unico, eroico universo. Il circo di tradizione é l'unica forma d'arte a sopravvivere senza il bisogno di circuiti culturali, in questo la sola rimasta veramente popolare, lo spettacolo che rischia più di ogni altro: e la ricerca quotidiana del pubblico é già troppo onerosa ed urgente per pensare ad altro.
Ma il circo italiano beneficia come gli altri settori di fondi, i quali in teoria servirebbero anche per rinnovarne il linguaggio e stimolare la creatività, e dunque farlo sopravvivere al tempo.
Oggi esso tace.
Il rugginoso establishment del circo italiano, che a fatica si rimette in moto pubblicamente solo quando qualcuno denuncia i maltrattamenti a qualche animale, anche questa volta si riposa.
Forse non vuole disturbare troppo chi governa, come l'anziano boss dei circensi ha dichiarato in occasioni passate.
Forse tace perchè non sa muovere personaggi credibili e identitari del settore.
O perchè non si è mai curato di affinare gli strumenti per partecipare ai grandi dibattiti culturali.
Oppure perchè sa di essere un settore più in crisi degli altri, sempre arroccatosi alle risorse pubbliche con le più sofisticate forme di protezionismo escludendo ogni forza che avesse potuto rinnovarlo.
Gli altri mondi dello spettacolo temono di perdere le risorse che permettono di creare arte: ma i circensi sanno di aver raramente usato quelle risorse a tale fine, tranne rarissimi casi.
E anche per questo, a differenza degli altri, la grande tradizione del circo è talmente in crisi che forse sa già di essere morta.
Perciò, forse, il suo silenzio è assordante.