Riflessioni (ma costruttive) su un festival senile e un pò pasticcione, con più premi che concorrenti.
Si è concluso da qualche giorno il Festival di Monte Carlo, che si svolge da più di trent’anni. E’ il grande appuntamento per migliaia di persone che ad ogni livello nel mondo si interessano al circo, il che è una cosa bellissima. Per le persone, sì: ma non per il circo. Infatti, mentre la nozione di circo evolve e si arricchisce, per il Festival di Monte Carlo essa è rimasta a più di trent’anni fa. Così diventando il tempio della visione più conservatrice, se non reazionaria, di intendere una forma viva e ricca come il circo.
Prima di andare avanti, guardiamoci cinque minuti questo video.
Innanzi tutto, va detto che vi si vedono alcuni numeri di sicuro valore e interesse. Anche se sono gli stessi che già da qualche anno prima si possono agevolmente vedere nel circuito dei grandi circhi europei o nelle trasmisioni estive della televisione italiana. Peccato che sono tutt’altro che innovativi. Ma lo stile dell’evento è piuttosto dato da un’indigestione di molte altre cose: la banda dei carabinieri in mezzo alla pista; il presentatore afono che grida in livrea rossa; un pappagallo che spinge un monopattino tra assurdi applausi; gli intermezzi interminabili di balletti da televisione russa anni ’80; un’orchestra da circo dai ritmi sclerotizzati e sonorizzata nel modo peggiore; inutili tigri che da mezzo secolo camminano sulla musica della “pantera rosa”; la piaggeria di un artista su due che introduce la bandiera del principato nel proprio numero; l’ossessivo e infantile battere le mani a ritmo di musica per applaudire; l’alzarsi in piedi in cinquemila all’apparire di ogni scampolo di monarchia minore.
Ma questo, tutto sommato, va rispettato come una cultura. Una cultura contemplativa e protettiva di un dato modo di vedere il circo. Un po’ più difficile è accettare l’aspetto chiave di questo Festival (e di tutti i cloni che ha generato nel mondo): la competizione e la sua ostentata ufficialità.
Il “clown d’oro”, la statuetta assegnata al vincitore, è un formidabile strumento di marketing per i circensi, che non a caso è paragonato all’Oscar o alle olimpiadi. E’ anche un mezzo di rivalsa, confronto ed emulazione per artisti, scuole e dinastie.
Il problema è che questo premio si basa su criteri e anomalie macroscopiche che, considerate seriamente, forse ne annullano il valore.
Tanto per iniziare, quest’anno gli “ori” erano cinque: alle olimpiadi o a un concorso del cinema già farebbe ridere. Ma qui per sgnasciarsi va aggiunta una vagonata di argenti e bronzi. Più la grottesca messe dei premi “speciali”: il numero totale dei trofei supera quello dei contendenti. Dunque l’oro non ha il prestigio di una vittoria assoluta. Ma vittoria su che cosa? Su un concorso che non appare fondarsi su nulla di legittimo nel senso ufficiale di una competizione. Non esistono criteri o punteggi di selezione, o concorsi preparatori: gli artisti vengono scelti arbitrariamente sulla base di convenienze del momento o di buchi di calendario; a volte gli stessi numeri riappaiono ciclicamente a competere nel corso degli anni. Gli artisti sono pagati (si, pagati) per esibirsi come in un normale ingaggio, compresi i diritti televisivi. Nel concorso, non vi sono categorie di competizione, o premi specifici: un pagliaccio può essere battuto da un trapezista, un ginnasta da un mostratore di serpenti.
Ogni artista si esibisce due volte ma nella stessa identica prova. Che non è altro che il numero di mercato, già giudicabile ampiamente nel corso di una carriera. Cosa ci si aspetta per il punteggio? Che alla seconda prova il pagliaccio faccia ridere di meno o il leone graffi il domatore? Che il giocoliere sbagli la pallina a Monte Carlo come potrebbe sbagliarla ovunque, visto che a differenza degli sportivi si esibisce ongi giorno e per lavoro?
E poi c’è la giuria. Vi si mischiano impresari coinvolti nell’industria, artisti ed ex artisti, parenti o diretti rivali dei concorrenti, datori di lavoro attuali o prossimi di concorrenti, ex concorrenti che sono stati giudicati un anno prima da chi ora concorre o persone che hanno concorso un anno prima e siedono in giuria con chi le aveva giudicate…Nessuna regola esiste sul numero di trofei da assegnare. La principessa di Monte Carlo, che di fatto è lo sponsor del’iniziativa, presiede la giuria e ha ogni decisione finale.

Non è effettivamente facile stabilire criteri per un concorso di circo. A cosa ci si può ispirare? Vi sono ad esempio i concorsi cinematografici. Anche qui c’è una direzione artistica che sceglie arbitrariamente i film. I quali competono insieme. Ma i film non vengono pagati per essere mostrati. E questi film non sono mai stati visti prima al mondo. Sono nuovi. Se ci sono opere di grandi autori riconosciuti o già premiati, spesso sono fuori concorso. Così come per pellicole più dichiaratamente commerciali. E in giuria non siedono produttori, ma solo artisti senza legami economici diretti con l’industria. E, se la competizione è unica, non lo sono i premi: essi vengono attribuiti per categorie. C’è poi l’esempio degli oscar (molto a torto assimilati così spesso al circo di Monte Carlo): qui vi sono le “nominations”, create da un rigido comitato e in categorie definite.
C’è poi l’esempio dello sport, dove le cose sono ancora più rigide. Pensiamo alle discipline più affini al circo: ad esempio il pattinaggio artistico o la ginnastica. Qui le selezioni avvengono tramite concorsi federali interni. Nel circo, in questo senso, gli unici a prendere seriamente la cosa sono i russi o i cinesi, che tramite simili dispositivi generano i numeri da proporre a Monte Carlo. Nel solo pattinaggio artistico, le categorie di competizione sono ben quattro. In questi sport i singoli giurati sono scelti anche in base alla conoscenza specifica dei criteri (tecnica, coreografia, etc.), e i sistemi di notazione dei punti sono molto articolati. Queste discipline non sono troppo lontane dallo specifico circense. Ad esempio in alcune si giudicano i singoli esercizi ma anche, con un apposito punteggio, lo stile delle transizioni. Olltre a costumi, musica, etc. E poi, cosa non meno importante, nello sport le schede dei giurati vengono firmate e affisse pubblicamente.
In certi sport equestri, criteri severissimi e limpidi regolano chi e quando possa sedere in giuria nel caso di ex concorrenti o di conflitto di interessi tra soggetti.
Purtroppo tutti i cloni di Monte Carlo sparsi ormai nel mondo hanno più o meno gli stessi criteri (in Italia e in Francia, pur essendo operazioni commerciali di privati, sono persino finanziati dallo Stato).

Il circo è una cosa complicata da valutare, a metà tra lo sport e lo spettacolo. Ma come si vede esistono criteri a cui ispirarsi. Sarebbe interessante inventare criteri competitivi coerenti nel mondo del circo. Però non credo che questo interessi a Monte Carlo. Là interessa innanzi tutto fare turismo e sensazione, perché non essendoci altre risorse, l’economia si basa sulle tre cose più rapide: immobili, gioco d’azzardo e sistemi bancari. Interessa farlo nel modo più avido, protettivo e rassicurante, perché il sistema non non è una democrazia bensì una monarchia. E una monarchia può trovare forza solo nella contemplazione dei “valori”, che quando incontrano una forma d’arte diventano clichès: dunque la banda, le bandiere, i battimani, i nazionalismi, le famiglie, l’orchestrina dei pagliacci perché non c’è circo senza pagliacci, le tigri a tutti i costi perché non c’è circo senza tigri; i garzoni in livrea e le ballerine a culo da fuori secondo il sessismo di rigore.
In tutto questo, nessuna evoluzione e nessun coraggio. Non si ha l’ardire di rinunciare agli animali nei casi in cui non ne valga la pena. Di avviare una riflessione seria sugli animali che dimostri una sensibilità ambientale anche da parte del principato del cemento. Di porre l’embargo alla Corea del Nord quando si sa bene cosa succede laggiù (ma è il circo, un mondo di fratellanza). Di aprire uno spiraglio all’enorme universo creativo che oggi invade il mondo del circo. Non si sente il dovere di dare voce e spazio alle scuole, invece di scritturare anonime compagnie di animazione per le transizioni degli spettacoli. Di sensibilizzare verso i progetti di circo sociale: un universo, questo, che oggi avrebbe un bisogno di una vetrina come il Festival infinitamente più delle facoltose (e comunque eccellenti) famiglie tradizionali. Di provocare, capovolgere, nella forma e nel contenuto degli spettacoli (che durano quattro ore perchè nessuno li sa montare). Di sfruttare l’enorme quantità di visitatori del settore con eventi collaterali che vadano oltre le mostriciattole di pittori della domenica, la sfilata degli elefanti al casinò o quattro stand di fabbricanti di tendoni in un albergo.
Il circo, che lo si voglia classico o sperimentale, con animali o senza, è un’arte. Si fonda sulla creatività: pertanto non lo si può umiliare limitandolo ai suoi clichè da operetta. Chiunque lo promuova ha il dovere morale di stimolare innovazione, dibattito, confronto.
Ma questo non interessa al principato. Perché non è per questo che pagano le televisioni, né i mafiosi russi o gli evasori italiani che al Festival del Circo di Monte Carlo comprano un palco a duemila euro. E che a Monte Carlo tengono i loro soldi.
Le foto, di Maurizio Colombo, sono "rubate" dal sito www.circusfans.it