Due altri ricordi, molto più autorevoli del nostro, im memoria di Carlo Colombaioni.
È spuntata una nuova stella su nel cielo…quella di Carlo Colombaioni. Giovedì, 15 maggio, Carlo ha deciso di farci l’ultimo scherzo della sua vita terrena. Ci ha lasciato e ora ci guarda dall’alto, ride di noi con quel suo modo di ridere sotto i baffi e ci prende in giro come al suo solito. Ci mancherà quel suo sguardo da bambino curioso e indisponente. Carlo, però non ti illudere… non ti libererai così facilmente di noi, perché verremo a romperti i coglioni presto (ma non troppo) anche lì dove ora tu ti trovi. Ti vogliamo bene.
Jango Edwards - Peter Ercolano
Con la scomparsa di Carlo Colombaioni perdiamo un vero Maestro innovatore dell'arte clownesca: Ciali ,come lo chiamavamo in famiglia( gia' forse poche persone sanno che discendiamo dalla stessa stirpe.....i Travaglia che include famiglie prestigiose :Dell'Acqua ,Huesca , Martini ,Larible e naturalmente Colombaioni) era un talento di quelli che nascono raramente ,quando era sul palcoscenico aveva il potere di farlo suo, con una mimica ed un timing che raramente ho visto in un'altro Clown. Da oggi tutti i Clowns devono sentirsi piu' soli.... ciao Ciali
“Signore e signori buonasera, bonsoir, good evening, guten abend. Io sono Alberto, del duo Colombaioni, my name is Alberto. Mio fratello si chiama Carlo, ma purtroppo stasera è in ritardo. Mon frére n’est pas là. Scusandomi per l’inconveniente, nel frattempo…”.
La gente del circo ha il carisma scolpito nella faccia. Sono facce fatte di pieghe,rughe, con due occhi profondi profondiin mezzo, che si trasmettono da chissà quante generazioni. Occhi capaci di annusare il pubblico, e capire di sera in sera quello che il pubblico vuole e come riuscire a darglielo. Quello che i teatranti chiamano “presenza scenica”, per quelli del circo è semplicemente l’essere, l’esistere.
Bravo. Clap clap. Bravoooo!!!
Ahooooo….
Alberto! Ma che ci fai là sopra?
E in vita mia non ho mai visto una presenza scenica più travolgente di Carlo Colombaioni (anzi Charly, o meglio ancora “Sciali”, per i suoi).
Cosa fai in platea, Carlo? Vieni qua a lavorare…
Che?
La-vo-ra-re.
Chi?
Tu.
Io.
Si.
No.
Farlo entrare in scena e mettere una bomba in un teatro, non faceva differenza. Carlo poteva esplodere in platea, sul palcoscenico, in mezzo al pubblico, dai camerini. L’assenza totale di trucco e costume ti spiazzava, rompeva tutte le regole, tutti i ruoli dello spettacolo. E’ come se in un match di boxe uno passa continuamente da sfidante, ad arbitro, a spettatore. Non sapevi più dov’era la maschera e dove l’attore, se vedevi un attore o un pagliaccio, un vecchio o un bambino.
Che pubblico. Mamma mia, che brutte facce…
Era un mitragliatore che per novanta minuti sparava a zero in qualunque direzione. Un terrorista della risata.
E poi la voce. Quella voce acuta, stridula, e poi bassa, quella che hanno un po’ tutti i pagliacci, che se la sono rotta già tre generazioni prima di nascere, da quando in piazza o nelle piste non esistevano ancora i microfoni. Ma a differenza che per i suoi colleghi, la cui voce sa spesso di routine e a volte un po’ di tristezza, la voce di Sciali era uno strumento d’arte e di gioia. Uno stradivari della felicità. Uno strumento raffinato e al contempo rozzo, puntuato di intonazioni e gridolini da clown in grado di esprimere al meglio la gioia, la vendetta, la cattiveria, la soddisfazione, la sorpresa ebete e quella furba del villano.
Il pagliaccio Sciali era quello che deve essere il clown fin dalle origini dell’umanità, senza i fronzoli delle varie culture. Sporco e rozzo, ma anche poetico e virtuoso. Ingenuo e scaltro. Cattivo, miserabile e disperato. Giocoso e prepotente. E, insomma, tutto quello che per mitologia si vorrebe sempre fosse il clown.
Non a caso è stato lui (col fratello Nani, va detto) a folgorare Fellini e Fo sulla centralità del clown negli anni in cui si reinventava il teatro.
E qui Carlo Colombaioni ha giocato un ruolo di portata mondiale; io mi permetto di dire una rivoluzione nelle arti sceniche.
Applauso. Applauso! Ahò… Ma che lingua parlano questi? Madammm…Mister…Applauso!!! La crisi del teatro. Attorno al ’68, quando i linguaggi scenici si mettevano in discussione, gli unici a restare fermi nei loro codici sono stati quelli del circo. Gli unici della tradizione a esplorare nuove forme sono stati Annie Fratellini, Alexis Gruss ma prima ancora Carlo Colombaioni. Unendosi all’esempio dei giovani “di fuori”, come Jean Baptiste Thierrée, Jerome Savary, Jango Edwards, eccetera.Con un coraggio enorme, ma forse anche con la giusta astuzia, a quell’epoca, Carlo ha rifiutato la logica del circo e le sue costrizioni culturali. Ma non buttandola via: capovolgendola.Cambiandogli il contesto. Col cognato Alberto ha continuato a fare le stesse cose del circo, uguali, ma al teatro. Rinunciando a trucco, costume e naso rosso. Un po’ come un prete che getta la tonaca alle ortiche, che rifiuta i rigori della chiesa per andare a predicare per fatti suoi. E’ stato un trionfo mondiale. Per molti, certo, l’ennesima metafora di librazione contro costrizioni e potere. Ma per i più l’invenzione di un nuovo linguaggio artistico senza rinnegare il vecchio. Ed è stato un trionfo in tutto il mondo.
Signorina, bonsoir….Sa, io abito a Roma, proprio vicino…
Carlo, ma che fai seduto là?
Organizzo le vacanze…
Come per tutti i grandi artisti, la cosa più affascinanate non era il repertorio: si trattava di adattamenti delle misere farse e delle stesse “entratine”da circo di periferia, seppur con varianti magistrali. Era l’energia nell’interpretazione. Energia, energia. Vedere Carlo esibirsi era come Pollock che dipinge, Glen Gould al piano o Chet Baker soffiare nella tromba. Energia allucinata, creativa, completamente folle, apparentemente fuori controllo. Libertà improvvisativa costruita sul rigore. Un corpo e una voce che pervadevano tutta la sala, massacravano a morte qualunque teoria di “quarta parete”. Quella forza che ti piacerebbe vedere sempre a teatro, quella forza scenica che ti solleva dalla poltrona, ti prende allegramente a sberle e ti ci ributta dentro.
Signori, la ghigliottina! Tracchete, tracchete tracchete. Trrrrrrrrracchete… Tracchete, tracchete e tracchete…Trach…
Carlo! Mi hai tagliato la mano!
Vado a raccoglierla: non è la mano, ma l’orologio che mi interessa! Per me la cosa più bella dei Colombaioni, Alberto e Carlo, era la sconvolgente universalità. I loro spettacoli erano recitati in italiano. A Parigi, Londra, Tokio, Oslo. E la gente si ammazzava dal ridere, ovunque. Ho cercato più volte di studiare, capire, come fosse possibile ridurre il linguaggio ad una forma che potesse divertire tutti allo stesso modo. Potrebbe farmi ridere un duo che parla in giapponese? Li ho scrutati, studiati, e non l’ho mai capito. Soltanto, quando guardavi Alberto e Carlo capivi più di mille libri cosa significa “Commedia dell’Arte”.
E chi sarebbe questo?
Amleto.
Chi?!
Amleto, principe di Danimarca!
Che brutta faccia.
Adesso non ci sono più, nessuno dei due. La rivoluzione che Alberto e Carlo hanno portato al mondo del circo, del teatro, e del clown è di quelle che arrivano una volta in un secolo. Hanno amplificato in modo enorme il significato della parola clown, e senza snaturare la tradizione. Ci hanno aggiunto strumenti fondamentali al clown di oggi, come la partecipazione del pubblico agli sketches. Hanno divulgato quest’arte a centinaia di migliaia di persone per le quali il clown era rimasta l’icona dispregiativa di un circo decadente. Lo hanno restituito al teatro.
Vogliamo ricordare la loro ultima spiazzante immagine alla fine di ogni spettacolo, quando genialmente, dopo essersi esibiti in borghese, si sedevano al tavolino del trucco e si mettevano nasi rossi, matita e parrucche per andarsene di scena. Ci sia concessa un po’ di retorica: vederli uscire di scena così per l’ultima volta, per andare a raggiungere doverosamente vestiti da pagliacci, tra le nuvole, Grock, i Fratellini, Charlie Rivel e tutti gli altri. Perché, come disse qualcuno quando morì Charlot, anche gli angeli hanno bisogno di ridere.
Carlo, stasera andiamo al ristorante, e paghi tu.
Chi?
Tu.
Io?
Si.
Si. No.
Carlo e Alberto in video nel "Guglielmo Tell", la loro versione del più antico numero di clown del mondo.
Se andate in alto a sinistra nella casella di ricerca, e scrivete "largo ai giovani", vi appariranno due post pubblicati tempo fa (22 Marzo e 16Febbraio), in cui davamo e poi smentivamo una notizia. Per errore avevamo infatti dichiarato che, in una riunione mai avvenuta, Egidio Palmiri sarebbe stato nominato per la 56esima volta presidente dell'Ente Nazionale Circhi. Sostenendo inoltre che avrebbe prima annunciato le proprie dimissioni per poi ritirarle. Ci eravamo scusati, ripromettendoci di diffondere il nome giusto del presidente qualora la riunione dell'Ente fosse avvenuta. Adesso la riunione è avvenuta, ed un presidente è stato nominato. Per la 56esima volta si tratta di Egidio Palmiri, di anni 85. Che è stato costretto, come già in passato, a ritirare le proprie dimissioni in mancanza di altre candidature.
Quattro ventenni di S.Francisco si incontrano. Come migliaia di altri fanno skateboarding, breakdance, basket, graffiti. La loro sete di arte e movimento li porta alla S.Francisco School of Circus Arts, e inevitabilmente sotto le cure del leggendario Lu Yi, il miglior maestro di acrobazia della costa Ovest. Con Mr.Lu apprendono seriamente le tecniche di base dell'acrobazia cinese: pali fissi, salti nei cerchi, equilibri su sedie, eccetera. In seguito se ne vanno a Montreal, a specializzarsi all'Ecole Nationale du Cirque. Poi in giro per l'Europa, attraverso varie esperienze. Nel corso delle quali si integra al gruppo una ginnasta. I cinque vengono notati da Les 7 Doigts de la Main, l 'ormai noto collettivo nato tra S.Francisco e Montreal (anche loro), e di cui riparleremo presto. Insomma, in breve il gruppo diventa la seconda unità di 7 Doigts, con la creazione dello spettacolo TRACES. Che è molto bello e tecnicamente compiuto. Senza "tema", senza significati, senza "poesia", senza registi-demiurghi, senza ricerca visuale. Traces parla solo di questi cinque ragazzi. Così come sono, in tuta e maglietta, nei teatri spogli, a esaltare la gioia e la fantasia del movimento. A bilanciare tecniche antichissime con il loro modo attuale di essere al mondo. Vi è una talmente intensa tecnica acrobatica, un tale dinamismo che il titolo si addice perfettamente: infatti sono solo tracce quelle che restano da questo tour de force di corpi e di exploits. La sincronia rapida dei movimenti è a tratti spiazzante. E' uno spettacolo "contemporaneo" poichè semplicemente del nostro tempo, il cui immaginario non ha bisogno di metafore o riferimenti esterni. Talmente semplice, spontaneo e sincero, da risultare originalissimo. Senza per questo perdere quel gusto del surrealismo da cui il circo, qualunque circo, non può prescindere. Chissà se è in collettivi come questo il futuro dello spirito antico del circo. Traces ha già girato in un anno i festival di teatro più importanti in America, Europa e Australia. Torna in Europa per un pugno di date in Giugno (Brighton, Ginevra, Barcellona). Vedremo di farli capitare appena si può in Italia. Intanto, quando avete quattro minuti di tempo, in basso c'è uno spot. E ancora, su youtube i video interi di molti dei loro numeri: alcuni sono davvero forti.
Raffaele De Ritis si è laureato in Storia e Critica del Cinema a “La Sapienza” di Roma, vincendo il premio Filippo Sacchi per la miglior tesi italiana di cinema. E' stato iniziato alla regia teatrale alla fine degli anni ‘80 comeassistente di Jerome Savary al Theatre National de Chaillot, a Parigi.
Nel circo si è formato con i fratelli Togni nella creazione del Florilegio, poi al Festival di Verona. Ha lavorato in Russia come consulente per il Circo di Stato di Mosca; a Monaco è stato direttore artistico del Festival della Magia di Monte Carlo (1998-200); in Italia è spesso consulente circense della Rai. Cura la regia per i recital del più famoso clown al mondo, David Larible .Ha collaborato Arturo Brachetti, Aldo Giovanni e Giacomo, Raul Cremona come regista e autore, e con varie compagnie di prosa per l’allestimento di pièces teatrali, da Shakespeare ai contemporanei. Ha creatoregie su richiesta del Festival di Spoleto, la Biennale di Venezia e la Festa Internazionale del Circo di Brescia. E’ docente di tecniche teatralipresso la Scuola Superiore del Circo di Bruxelles e ha spesso diretto Festivals per scuole di circo (Wiesbaden, Tournai).
In America, è il solo europeo ad aver creato spettacoli per i tre maggiori circhi: il Barnum, con cui ha messo in scena spettacoli a Broadway e a Hollywood,il Cirque du Soleil;e il Big Apple Circus al Lincoln Center di New York. In America, i suoi spettacoli sono stati visti da circa un milione e mezzo di persone. Nel 2003 il New York Times dedica a De Ritisun profilo definendolo “uno dei capofila della nuova regia circense”. Dal 1996 al 2002 è stato membro della Commissione Circhi presso il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali. Raffaele De Ritis è oggi il più prolifico autore italiano sul tema circense: negli ultimi decenni ha scritto migliaia di articoli su pubblicazioni specializzate europee ed americane, è stato per anni redattore del mensile “Circo”, ha partecipato in cataloghi di mostre internazionali, è autore di vari libri. Anima il proprio centro privato di studi circensi, tra i più organici al mondo in materia, con documenti e volumi dal XVI secolo a oggi, spesso a disposizione per tesi e ricerche.
Come polemista, si batte da sempre con divertimento contro la ruggine dell’establishment circense italiano (a cui non chiede e non deve nulla); hobby adeguatamente perseguibile su questo blog.
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